Spannolinando

Lo spannolinamento di Blop procede spedito da fine giugno ,quando quella santa donna di mia madre ha deciso di occuparsene.
Noi avevamo fatto qualche timido tentativo, ma sicuramente Blop non era pronto e l’arrivo del fratellino non aiutava.
A Genova, invece, mi madre ha optato per un sistema duro ma efficace : ha tolto il pannolino e non gliel’ha più rimesso (notti escluse).  Non si contano le quantità di mutande e pantaloni lavati ogni giorni, ma Blop si e’ divertito a fare pipi in mare, su ogni albero incontrato o seduto sul vasino nella vasca da bagno. Praticamente girava sempre nudo, alla faccia di pedofili e malintenzionati vari (e poi uno si lamenta delle foto messe su Facebook, per dire).
Dopo 3 settimane, siamo rientrati a casa con Blop che gestiva abbastanza bene l’assenza di pannolino, ma dopo 2 giorni niente. Tutto da rifare.
A quel punto, era il momento della nonna paterna di tenerselo una settimana, in attesa delle vacanze di papa’. Gliel’ho consegnato dicendo “niente pannolino se non per il riposino pomeridiano e la notte”. Non e’ stata contentissima, ma si e’ piegata al volere materno. Un’altra settimana con Blop che andava in giro in mutande ovunque, nei parchi, a cavallo, sui giochi gonfiabili, al ristorante (!).
Probabilmente stiamo crescendo un esibizionista, dovrò ricordarmelo tra un paio d’anni.
Alla fine della settimana di vacanza, Blop era di nuovo spannolinato. Ogni tanto ha tentato qualche “non sono capace”, “e’ difficile, voglio il pannolino”, ma siamo stati irremovibili e da una settimana a questa parte ha tolto il pannolino anche per il riposino E la notte. Non canto vittoria e so che si procederà ancora ad alti e bassi, ma l’inizio della materna il 1 settembre fa un po’ meno paura.

Momenti da non dimenticare?
I balletti e le canzoncine, inventate sul momento, sulla pipi. Le interminabili chiacchierate con lui sul vasino ed io seduta per terra. I libri “letti” da solo sul vasino, per imitare la sua mamma.

 

(Per la legge di Murphy stanotte inondera’ tutta la casa)

 

Addio e grazie per tutti i momenti di calma

Blop e’ un bambino dalle passioni spesso fugaci, ma totalitarie.
E’ capace di appassionarsi a un cartone animato, guardarlo fino all’esaurimento (nostro) e poi non volerne più sentire parlare.
Nel suo primo anno di vita e’ stato un grande bevitore di latte materno, fino al giorno del suo compleanno. Da quel moment basta, ha deciso che non ne voleva più.

ciuccio
La stessa cosa e’ successa col ciuccio. Fino all’inizio delle vacanze gli servivano dai tre ai sei ciucci per giocare/guardare la tv/passeggiare, ma soprattutto dormire. Di giorno, magari, riusciva a stare senza, ma di notte era impossibile. Stavo cominciando a dirmi che era giunto il momento di fare qualcosa quando, non appena giunti a Gavi per il battesimo di BlopBlop, ha deciso che basta lui del ciuccio non aveva più bisogno, ne’ di giorno ne’ di notte. In compenso ci ha regalato delle giornate piene di nervosismo, una gioia per la sua mamma.
D’altronde anni fa suo nonno, cioe’mio padre, aveva detto “se il Genoa vince il derby smetto di fumare” e cosi’ ha fatto. Ha lanciato il pacchetto di sigarette in campo e non ha mai più fumato, in compenso anche lui e’ diventato molto nervoso.
Speriamo che l’estremo nervosismo di Blop sia solo passeggero, intanto godiamoci la sua bella faccetta senza ciuccio.

Facile come andare in bicicletta

Pare che andare in bicicletta non si scordi mai e … in effetti, è vero.
Ultimamente, complici i ritardi degli autobus lionesi, il bel tempo e il comodo (ed economico) sistema di bici in affitto, ho preso l’abitudine di uscire dal lavoro e andare a prendere Blop al nido in bici.
Tempo in autobus : tra i 20 e i 40 minuti.
Tempo in bicicletta: meno di 15 minuti.
Una volta arrivata al nido, poso la bici, prendo il passeggino e via a piedi per la salita infinita che ci separa da casa. L’aspetto più positivo di questa nuova organizzazione è che, oltre ad essere rapida ed ecologica, mi permette di fare un po’ di sano movimento.
Ci ho messo molto tempo a decidermi perché pensavo di non essere più capace ad andare in bicicletta. In effetti, nonostante da giovane andassi spesso in giro in bici coi miei genitori, ho smesso intorno ai 16 anni quando, durante una vacanza in Francia, ci hanno rubato le bici. L’ultima volta di cui ho vaghi ricordi di aver utilizzato una bici è nell’estate 2003, in Croazia, col mio ragazzo di allora.
Dopo 12 anni non è stato facile rimettersi su una sella, soprattutto di biciclette adatte a tutti, quindi un po’ troppo alte per me. Il primo giorno mi sentivo una deficente e pedalavo a uno all’ora, ci ho messo tipo 40 minuti per fare il percorso, fermandosi ad ogni attraversamento pedonale e facendolo a piedi. Adesso comincia ad andare meglio, sono molto più sciolta, ma di certo non mi avventurerei ancora fuori da una pista ciclabile o in un percorso che non sia pianeggiante, ma da qui al ritorno delle piogge, chissà.

Wake Up The Souls Tour 2015

Wake Up The Souls è il nuovo tour dei System Of A Down, il mio gruppo preferito ever, che coincide col 100esimo anniversario del genocidio armeno. Genocidio di cui hanno spesso parlato nelle loro canzoni e/o interviste, essendo tutti e quattro i membri di origine armena.

The main objective of the tour is to create awareness and recognition of the genocide to the entire world, particularly in Turkey, whose government does not fully recognise the genocide the preceding Ottoman Empire conducted. The bands announcement on their website called for the Turkish people who stand with the band on the issue of the Armenian Genocide to speak out and raise awareness of it. (cit. Wikipedia)

Tutto questo per dire che, martedi’ scorsco, i SOAD erano in concerto alla Halle Tony Garnier di Lione. Unica data in Francia. A mezz’ora di metro da casa mia. Ci sono andata? Certo che ci sono andata. Le vendite dei biglietti, sei mesi fa circa, cominciavano alle 10h, alle 10h01 avevo il mio biglietto tra le mani. 48h dopo i 16 mila biglietti erano venduti.
Non conoscendo nessuno da queste parti, appassionato come me, e essendo il marito all’altro lato della Francia, mi ero risolta ad andarci da sola, non prima di aver spedito Blop dai nonni paterni per una settimana di vacanze. Invece, grazie a Facebook, ho trovato un’altra ragazza italiana con cui andare e condividere l’emozione e il viaggio indietro di 10 anni, ma anche 12 o 13 va.
Appuntamento alla fermata del tram, con me e il mio maglioncino rosa riconoscibilissimi. Veniamo prese un attimo dal panico perché, a un’ora e mezza dall’inizio del concerto la fila faceva già il giro dellla Halle, ma grazie all’altezza della mia socia notiamo degli altri cancelli, insolitamente vuoti.

F. – Secondo te si entra anche da li?
I – Sembrerebbe un’altra entrata, ma se lo è perché dall’altro lato c’è tutta sta fila? Magari è per i VIP o riservata.
F. – Andiamo a vedere, al massimo facciamo le italiane e tentiamo di passare da li come se nulla fosse.
I. – Mi pare un’ottima idea.

Invece era proprio un secondo ingresso, ma l’effetto pecora ha fatto si che il resto del mondo rimanesse in coda, al caldo, per delle ore, mentre noi sorseggiavamo birra al fresco, scegliendoci dei comidissimi posti.

E niente, cosa c’è da dire sui concerti dei SOAD? Sono magnifici. Non magnifici in senso scenografico, per quelli bisogna andare a vedere piuttosto i Rammstein, ma a livello di suono e di passione. 16 mila persone che cantano insieme, che conoscono ancora le canzoni a memoria ti fanno venire la pelle d’oca, nonostante il pubblico fosse un po’ meno scatenato rispetto ai concerti precedenti. D’altronde, c’era un numero impressionante di trentenni incinta, qualche anziano, uomini d’affari in giacca e cravatta, qualche bambino venuto coi nonni?, coi genitori? chissà. Una non si sente più troppo giovane, dopo una serata cosi’. Ahah.
C’era anche qualche 16-18enne d’oggi, venuto per la fama del gruppo, ma che non ha apprezzato molto (li sentivo parlava dietro di me, alla fermata della metro). Immagino che se uno è appassionato di metal puro e duro i SOAD non siano propriamente la stessa cosa, ma per noi cresciuti a pane e nu-metal sono un po’ la porta d’ingresso verso questo mondo (e quando dico noi, dico me stessa, ahah).

Tornando al concerto, nessun gruppo spalla, ma un cartone animato in tre parti sul genocidio armeno e su tutti gli altri genocidi del XXesimo e XXIsecolo, d’altronde il loro scopo era proprio quello di risvegliare le coscienze attraverso la loro musica. E siccome lo so che siete tutti curiosi, ecco qua la set list completa. Come al solito, niente ritorno sul palco per il bis. Con loro, una volta che il concerto è finito, è finito.

Part 1

Holy Mountains
Jet Pilot
Suite-Pee
Prison Song
U-Fig
Aerials
Soldier Side – Intro
B.Y.O.B
I-E-A-I-A-I-O
Radio/Video
Bubbles
CUBErt
Hypnotize
Dreaming
Needles
Deer Dance

Part 2

P.LU.C.K.
Sartarabad  (cover)
Psycho
Chop Suey!
Lonely Day
Question!
Bounce
Kill Rock ‘n’ Roll
Marmalade
Lost in Hollywood
Spiders
Mr. Jack

Part 3

Science
Chic ‘N’ Stu
War?
Arto
Cigaro
Sultans of Swings (Dire Straits cover)
Toxicity
Sugar

Praticamente tutta la discografia completa, tranne poche canzoni. Tra cui la mia preferita A.T.W.A. Non è che possa dire di essere rimasta delusa dal concerto perché non l’hanno fatta, sia chiaro. Sono strasoddisfatta. Pero’ ecco, insomma, cattivi!

Se volete leggere altro sulle mie partecipazioni ai loro concerti potete guardare qui per il concerto del 2005 a Milano e da nessuna parte per quello del 2011 a Parigi perché pare non abbia scritto niente, o forse è andato perso col cambio di piattaforma.

 

 

Expat o non Expat

Ultimamente mi è capitato di leggere vari post su chi e cosa è un expat e, mi sono resa conto, che io non mi sono mai nemmeno posta il problema. Pur vivendo all’estero praticamente dal settembre 2005 quando, con la mia valigia azzurra, arrivai qui a Lione in Erasmus, non mi sono mai sentita né expat, né emigrata, né cervello in fuga, né…trovate voi una qualsiasi altra definizione che vi piaccia.

Sarà che vivere all’estero, e soprattutto in Francia, è sempre stato il mio obiettivo, fin da quando guardavo Audrey Hepburn in Sabrina e Parigi era la meta ambita perché “Oh, but Paris isn’t for changing planes, it’s… it’s for changing your outlook, for… for throwing open the windows and letting in… letting in la vie en rose. ” e se il povero anatroccolo (mi rifiuto di scrivere brutto parlando di Audrey Hepburn) Sabrina ce l’aveva fatta, potevo farcela anche io. [Spoiler. I quattro mesi a Parigi all’IIC mi hanno, effettivamente, cambiata anche se non in senso fisico].

Sarà che trovare un fidanzato/compagno/marito francese, con un lavoro in Francia, ha facilitato molto la mia scelta. Anche se resto convinta che, Kika o non Kika, dopo Dublino sarei nuovamente approdata in Francia in un modo o nell’altro. Con la mia vecchia, pesante, valigia azzurra ricolma di sogni.

A chi negli anni mi ha detto “ma come hai fatto?“, “vorrei avercelo il tuo coraggio“, mi sono sempre trattenuta dal rispondere “vuoi farlo davvero? E’ facile, prenota un biglietto, fai la valigia e vai” perché per me è stato cosi per ogni partenza. No dai, ora sto esagerando ! Pero’ è vero che, in un certo senso, è stato facile. Volevo vivere a Parigi? Ho iniziato a studiare francese alle medie e non ho mai più smesso, anche al di fuori della scuola perché per me era importante. Ho messo un primo, rapido, piede in Francia grazie all’Erasmus per vedere se mi piaceva davvero. Mi è piaciuto. Sono rientrata e ho continuato a perseverare .  Mi sono laureata e, nel frattempo, ho cercato altri modi per realizzare il mio sogno. E l’ho trovato, il bando del MIUR per i tirocini all’estero. Mi sono candidata e sono stata presa. Il resto è storia.
Che poi non è che una volta che ho deciso di seguire Kika dall’Irlanda alla Francia mi sia fatta mantenere o sia stato facile. Dall’Italia tutti mi dicevano “eh, ma tanto hai lui che è francese ed è facile“. Ma anche no. Sapevo che sarei arrivata in Francia e ci sono arrivata con un lavoro. Ad Eurodisney. A un’ora e mezza da casa mia. Talmente lontano e con orari talmente scomodi che mi sono ritrovata a pagare due affitti e a condividere un appartamento con altre tre italiane che lavoravano con me. Pero’ è stato un primo passo che mi ha permesso di migliorare il mio francese e sbloccare gli aiuti a cui, da lavoratrice, avevo diritto. E ad avere una seconda esperienza di lavoro in Francia, importantissima per una neolaureata come me all’epoca. Poi ci sono stati un secondo, un terzo lavoro, dei nuovi amici, dei problemi di salute e cosi via…

Per me, pero’, è sempre stato tutto normale. A volte più difficile o complicato, come quando continuavano a richierdemi un permesso di soggiorno oramai inesistente e inutile per i membre dei paesi europei, ma davvero, è stato naturale. Come se da Genova fossi andata a stare a Torino, per esempio. Che differenza c’è, pensavo. Parlano un’altra lingua e allora? Io ne parlo tre. Mangiano lumache e foie gras e allora? Io, ecco, io quelli non li mangio nemmeno morta. Soprattutto il foie gras. Pero’ non è che sto a comprare solo prodotti italiani o a lamentarmi che il caffé/la pizza fanno schifo e la pasta al ristorante dev’essere fatta d’oro visto il prezzo a cui la mettono. Mangio, quasi, come mangiano i francesi. Se no che senso avrebbe? Pero’ no, il foie gras proprio non ce la posso fare.

Cosa mi manca dell’Italia? I miei amici (anche la mia famiglia, dai, metti mai che passassero di qua a leggere)
Cosa trovo davvero difficile? Prima niente. Sono un’anima indipendente e solitaria e conoscere poche, pochissime persone non mi disturba. Ora. Essere mamma, perché con le famiglie entrambe lontane e il marito via per lavoro anche un semplice raffreddore diventa complicato. Questa settimana, per esempio, mi sono presa un virus intestinale, ma ho dovuto comunque portare Blop al nido, preparagli da mangiare, lavarlo, cambiarlo, giocare con lui, consolarlo anche se l’unica cosa che volevo fare e svenire a letto (o in bagno, a seconda dei momenti). Pero’ siamo onesti, gli stessi problemi ce li avrei se mi fossi trasferita a Roma o a Venezia, per dire.

Comincio a pensare che se proprio dovessi un termine che mi descrive non sarebbe expat, ma piuttosto italofrancese. Come mio figlio.
Bisognerà che mi metta a pensare seriamente a chiedere la doppia nazionalità.